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    <title>Arte Fuori Centro</title>
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    <description>Feed Arte Fuori Centro</description>
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    <dc:creator>info@artefuoricentro.it</dc:creator>
    <dc:rights>Copyright 2026</dc:rights>
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             <title>PRESENZE 5.  Al tempo del coronavirus</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/COPERTINA_PRESENZE_5.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               L’Associazione culturale FUORI CENTRO continua l’attività culturale proponendo nel proprio spazio espositivo Studio Arte Fuori Centro la quinta mostra virtuale “PRESENZE 5”
In questo periodo di isolamento forzato simuliamo allestimenti virtuali di mostre collettive e personali riservate a tutti gli artisti che hanno esposto, in questi 20 anni, nel nostro studio. Questo quinto evento virtuale propone le opere di 12 Artisti Fuori Centro:
Francesca Blasi, Anna Boschi, Carmela Corsitto, Silvio D’Antonio, AnaMaria Laurent, Salvatore Lovaglio, Marisa Papa Ruggiero, Antonio Picardi, Marco Pili, Margherita Levo Rosemberg, Stefano Soddu, Sabina Trasatti
 
LINK del catalogo sfogliabile
 
PRESENZE 5
Al tempo del coronavirus
 
https://www.flipbookpdf.net/web/site/1aba8b0a100ce177a4754751a7fc9fecab902bcb202005.pdf.html#page/1

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               <pubdate>Sun, 31 May 2020 09:10:11 +0200</pubdate>  
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             <title>“PRESENZE 4” Al tempo del coronavirus</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/1_-_COPERTINA_PRESENZE_4.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               L’Associazione culturale FUORI CENTRO continua l’attività culturale proponendo nel proprio spazio espositivo Studio Arte Fuori Centro la quarta mostra virtuale “PRESENZE 4” Al tempo del coronavirus.
 
In questo periodo di isolamento forzato simuliamo allestimenti virtuali di mostre collettive e personali riservate a tutti gli artisti che hanno esposto, in questi 20 anni, nel nostro studio. Questo quarto evento virtuale propone le opere di 12 Artisti Fuori Centro:
Caterina Arcuri, Antonella Capponi, Stefania Di Filippo, Gretel Fehr, Tiziana Grassi, Raffaele Iannone, Michele Mautone, Michele Peri, Fernando Rea, Gianni Rossi, Filippo Soddu, Silvia Stucky.
 
LINK DEL CATALOGO SFOGLIABILE

https://www.sfogliami.it/fl/199260/8u3cmczfsjdret9rbvhmc73jx1tyx6t1
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               <pubdate>Thu, 07 May 2020 09:17:00 +0200</pubdate>  
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                <item>
             <title>&quot;PRESENZE 3&quot; Al tempo del coronavirus</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/COPERTINA_PRESENZE_-_50x50_-_74p.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               22 aprile /30 dicembre 2020 -
L’Associazione culturale FUORI CENTRO continua l’attività culturale proponendo nel proprio spazio espositivo Studio Arte Fuori Centro la terza mostra virtuale “PRESENZE 3”
In questo periodo di isolamento forzato simuliamo allestimenti virtuali di mostre collettive e personali riservate a tutti gli artisti che hanno esposto, in questi 20 anni, nel nostro studio.
Questo terzo evento virtuale propone le opere di 12 Artisti FuoriCentro:
Luisa Bergamini, Paolo Borrelli, Lamberto Caravita, Carla Crosio, MariaPia Daidone, Gianfranco Duro, Mario Lanzione, Nicola Liberatore, Emanuele Marsigliotti, Giovanni Morgese, Renata Rampazzi, Serena Vallese 

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               <pubdate>Tue, 28 Apr 2020 06:02:41 +0200</pubdate>  
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                <item>
             <title>PRESENZE 2 &#45; Al tempo del coronavirus</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/presenze_2_-_copertina_locandina_-_icona_cm_8.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               In questo periodo di isolamento forzato continuiamo la nostra attività culturale con un ciclo di mostre virtuali riservate a tutti gli artisti che hanno esposto nel nostro studio.
Questo secondo evento virtuale propone le opere di 12 ARTISTI FUORI CENTRO:
Salvatore Anelli, Rosetta Berardi, Teo De Palma, Mavi Ferrando, Consiglia Giovine, Antonio Izzo, Silvana Maglione, Marilde Magni, Annalisa Mitrano, Alfa Pietta, Graziella Reggio, Ilia Tufano ]]>
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               <pubdate>Tue, 14 Apr 2020 18:47:00 +0200</pubdate>  
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                <item>
             <title>Anelli Salvatore</title>                
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               <pubdate>Fri, 10 Apr 2020 10:16:59 +0200</pubdate>  
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             <title>CARTELLE FOTO</title>                
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               <pubdate>Fri, 10 Apr 2020 09:21:00 +0200</pubdate>  
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                <item>
             <title>PRESENZE 1: al tempo del coronavirus</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/22_soci_-_locandina_di_25_moduli_(5x5).jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               In questo periodo di isolamento forzato continuiamo la nostra attività culturale con un ciclo di mostre virtuali riservate a tutti gli artisti che hanno esposto nel nostro studio.
Questo primo evento virtuale  propone opere d’archivio dei soci FUORI CENTRO:
Minou Amirsoleimani, Francesco Calia, Antonio Carbone, Elettra Cipriani, Luce Delhove, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Salvatore Giunta, Giuliano Mammoli, Gianfranco Mascelli, Rita Mele, Bruno Menissale, Patrizia Molinari, Alessandro Monti, Isabella Nurigiani, Teresa Pollidori, Giuseppe Ponzio, Rosella Restante, Marcello Rossetti, Alba Savoi, Grazia Sernia, Oriano Zampieri ]]>
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               <pubdate>Fri, 27 Mar 2020 07:23:00 +0100</pubdate>  
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                <item>
             <title>VIOLENZE</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/locandina_2_x_violenze_-_36_foto_-_37x37.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               Bambine e donne di tutto il mondo subiscono, ancora oggi, una violenza che si declina in varie forme: percosse, sfruttamento, schiavitù sessuale, stupri, incesti, mutilazioni.
Vanno denunciate, inoltre, le violenze subite nei posti di lavoro, e quelle dei diritti civili. 
 

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LE ARTISTE: 
Maria Cristina Antonini, Giosuè Bonsangue, Elettra Cipriani, Anna Crescenzi, Carla Crosio, Luce Delhove, Adriana Del Vento, Francesca Di Martino, Lucia Di Miceli, Giovanna Donnarumma,  Fernanda Fedi, Gretel Fehr, Mavi Ferrando, Consiglia Giovine, Tiziana Grassi, Ellie Ivanova, Silvana Maglione, Marilde Magni, Cosetta Mastragostino, Rita Mele, Mintoy, Annalisa Mitrano, Patrizia Molinari, Oriella Montin, Lorenza Morandotti, Paola Nasti, Isabella Nurigiani, Marisa Papa Ruggiero, Renata Petti, Teresa Pollidori, Tiziana Priori, Antonella Prota Giurleo, Rosella Restante, Alba Savoi,  Grazia Sernia, Ilia Tufano  
 
                                                                       -----------------------------------------------------------------------------           
 
Bambine e donne di tutto il mondo subiscono una violenza che si declina in varie forme, da quella fisica: percosse, sfruttamento, schiavitù sessuale, stupri, incesti, mutilazioni, alle forme più mediate, più subdole, ma altrettanto brutali e devastanti che si manifestano in: atti persecutori, minacce, segregazione, annientamento della personalità, divieto all&#39;istruzione, divieto a mostrarsi in pubblico, ecc. Fattori, quasi sempre riconducibili a motivazioni di carattere religioso, familiare, ideologico, il cui obiettivo è di tenere sotto controllo il potenziale del femminile. In ordine a tale logica, la mutilazione genitale in larghe aree del Continente nero inflitta alle bambine ne segnala il tipico esempio.
Nelle società ancora pesantemente patriarcali, se non addirittura tribali, la violenza contro le donne non solo è legale ma è addirittura prescritta ai padri, ai fratelli, agli uomini in generale; ne consegue che ogni genere di abuso e di violazione dei diritti umani è tranquillamente perpetrato. Ecco, allora, i matrimoni coatti con bambine addirittura al di sotto della soglia della pubertà, lo sfruttamento alla prostituzione, in particolare delle bambine, le pene corporali durissime riservate alle ribelli, alle adultere, alle lesbiche che vanno dalle frustate alle lapidazioni, fino alle mutilazioni, allo sfregio permanente del volto e alla morte.
Da noi, nel mondo occidentale, sono ancora piuttosto diffuse, a vari livelli, forme persecutorie occulte e striscianti (stalking). Alla proclamazione dell&#39;uguaglianza dei diritti non corrisponde una effettiva possibilità per la maggior parte delle donne di realizzarsi pienamente, anzi, nonostante le leggi che si moltiplicano non si riesce ad arginare il ricorso alla violenza più brutale da parte di uomini che non si rassegnano all&#39;indipendenza delle compagne, al rifiuto o all&#39;abbandono.
Vanno denunciate, inoltre, le violenze subite nei posti di lavoro, e quelle dei diritti civili. Dovunque, poi, nel mondo e per svariate cause, tante donne si fanno rigide custodi della tradizione e collaborano più o meno inconsapevolmente alla violenza contro il proprio genere. Infine, tante donne dovrebbero guardarsi dentro per capire quanto l&#39;educazione, quanto un certo modo di intendere la femminilità le renda nella sostanza complici, pur senza volerlo, dei soprusi che lamentano. ]]>
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               <pubdate>Thu, 27 Feb 2020 05:51:00 +0100</pubdate>  
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             <title>Raﬀaele Boemio &quot;Migrazioni di forme mute&quot;</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/Raffaele_Boemio_-semi-otica-_tec.mista_su_tela_cm_.120x_100_2019_.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               Boemio estrae, -ma sarebbe meglio dire astrae- le forme dal loro abituale circuito di senso, sottraendole alla banale visione e ripresentandole sotto una nuova vita. Dotato di olfatto, distilla le essenze più segrete, riassorbendole nel colore e nella luce della sua pittura, come profumi millesimati
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Migrazioni di forme mute 
di Michelangelo Giovinale  
 
Cosa c’è all’interno di ogni forma, racchiuso in ogni fattezza, che la complessa modernità ci impedisce di cogliere, come risorsa segreta, muta eloquenza, del senso intimo delle cose, dell’uomo, della natura e del nostro tempo?  Del dialogo fra interno ed esterno, la pittura di Raffaele Boemio ci dice che ogni sorta di forma altro non è che un confine sottile tracciato tra una superficie e un’altra. Ancora che, tutto ciò che ha un esterno, come per un epiderma ha anche un sottostante derma, fra loro saldamente connessi e che, nel tempo assieme evolvono, assumendo forme diverse, a proteggere il corpo dall’azione del tempo.  “Ci sono giorni di silenzio, a volte mesi dove nulla nel mio studio accade, poi qualcosa succede. Questa pittura racconta, emette suoni, si dispone d’un tratto come in un equilibrio perfetto, inatteso, prendendo forma, e, a me svelando o quasi, sogni e visioni e il senso intimo delle cose”. Tanto basta, a dare la misura della fertile produzione artistica di Raffaele Boemio e di quanto il tempo della creazione sia per l’artista un tempo d’attesa.   E’ una costante che lo accompagna da sempre nella sua decennale produzione, - fin dagli esordi - ed è significativo di come per lunghi anni Boemio si sia dedicato al tema del ready made, (la pratica del riuso), che evolverà poi in un maturo ready dead.  Raccogliere dal nulla, nel suo studio, ogni sorta di oggetto o di materia desueta, per lo più di scarto, che porrà a sedimentare per lungo tempo, per indagarne il significato e il mistero della forma, fino a coglierne -come per Morandi- la forza immanente, insita e inseparabile delle cose, fra le cose e al loro interno, che innesca un processo lento di migrazione e di   inquieta attesa. Boemio estrae, -ma sarebbe meglio dire astrae- le forme dal loro abituale circuito di senso, sottraendole alla banale visione e ripresentandole sotto una nuova vita. Dotato di olfatto, distilla le essenze più segrete, riassorbendole nel colore e nella luce della sua pittura, come profumi millesimati, sospesi sulla tela come nell’aria in segni leggeri, di toni cromatici velati, impercettibili e volatili allo sguardo. Ne “fa uscire la cosa” scriverà Jean-Lui Nancy - come in un rito di ostensione - “dalla sua semplice apparenza per metterla in reale presenza”. Accade per legni, ferri, pietre, radici di piante, guaine di bitume, che sono liberati dal loro valore oggettuale, dall’essere e dal peso della forma. Una resurrezione del corpo che migra, per mano dell’artista, verso un mondo altro.  Le opere in questi anni raffigureranno una poetica dell’oggetto e, al tempo stesso, una poetica del silenzio.  Migrazioni che avvengono con lievi variazioni cromatiche, in questa ultima stagione prevalentemente limitate al monocromo, restituendo, attraverso un processo di trascendenza, la quinta essenza dell’immanenza.  È una pratica complessa, fantastica, a cui si sottopone Boemio, che Paul Klee, nelle sue lezioni al Bauhaus, (1922-23) teorizzò, richiamando il pensiero goethiano, delle “energie primarie della figurazione che plasmano e articolano la forma”, mostrando, inoltre, in alcuni  recenti opere, come Boemio sappia disporre di una strutturata capacità del vedere e del sentire, che ripropone al nostro tempo, come pratica possibile per ritrovare le ragioni del guardare le cose del mondo, riscoprendone il significato più intrinseco.  Negli ultimi anni, il campo di ricerca è ancora più stringente sui temi della visione. 
Una persistente linea taglia le sue opere, come a ricordare un orizzonte.  Un segno che si dispiega fra natura e pittura, come detto in precedenza, incline allo scambio fra epiderma e derma.  Un crescendo che mostra della sua maturità d’artista il saper cogliere “nelle zone del proprio essere” la realtà e la forza intrinseca della forma, delle cose che il suo sguardo penetra, e che, come in un viaggio immaginario sono destinate ad abitare atmosfere di inediti, quanto surreali, paesaggi fantastici, che si spalancano come finestre, varcando la soglia del suo studio. Questo “portare alla luce” forme e figure dal rimando onirico, scavare nell’ombra dell’esistenza della natura e dell’umano, possiede un autentico senso del rivelare quel dinamismo interno, un microcosmo di verità e segreti che solo il silenzio sa custodire. Come nell’anima.
 
 
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               <pubdate>Tue, 04 Feb 2020 17:03:00 +0100</pubdate>  
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             <title>Marco Pili “Paesaggi del silenzio”</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/a_prima_vista_cm130x130_marzo_2019_tecn._mista_e_terra_su_tela_.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               dal 10 al 31 gennaio 2020 - Le opere di Marco Pili sono un continuo dialogo che si consuma nel silenzio. Interroga le radici che, a lui parlano di paesaggi secolari, di spiagge bianchissime di granelli si sabbia di quarzo piccoli come chicchi di riso.
Parlano dell’uomo e della sua storia. Il signiﬁcato ﬁgurativo di radice che è proprio nell’opera di Pili è quello di origine, di una linfa vitale che risale nelle opere è che lo nutre.



 
Saper guardare, consente di addentrasi in un luogo, cogliere la forma più recondita e distinguerne i particolari nella loro più complessa totalità. Consente all’uomo di svelare la sua sostanza, - come per il latino videre - che signiﬁca conoscere se stessi nel sentiero della scoperta, all’interno di ogni forma e dietro ogni ﬁgura, comprendere la muta eloquenza di ciò che conserva la propria terra e la sua più recondita identità.
E per sentirsi parte di un luogo, bisogna saper riconoscere le parti di un tutto, come in quell’unità del paesaggio che fu per Platone il suo cosmo luminoso, quell’antico mondo mediterraneo di unità e di pluralità, di storiche civiltà, di mercanti, corsari e avventurieri, di uomini che lo hanno navigato con inconfondibile identità.
Marco Pili ha un occhio sagace. Ricerca con pazienza la trama sottile della sua pittura che ha in se,  frammenti di paesaggi perduti di terra sarda. Hanno il sapore delle stagioni di mezzo, quando l’odore di terra bruciata sale alle narici dopo le piogge d’agosto, mentre i venti di maestrale soﬃamo in Sardegna fra i resti di antichi nuraghi e i ﬁtti canneti della penisola del Sinis, dove l’orizzonte accecato di luce si restringe  in quell’abbraccio fatale - se non mortale - fra cielo, mare e terra.
Le opere di Marco Pili sono un continuo dialogo che si consuma nel silenzio. Interroga le radici che, a lui parlano di paesaggi secolari, di spiagge bianchissime di granelli si sabbia di quarzo piccoli come chicchi di riso. Parlano dell’uomo e della sua storia.
Il signiﬁcato ﬁgurativo di radice che è proprio nell’opera di Pili è quello di origine, di una linfa vitale che risale nelle opere è che lo nutre.
Un bisogno di attingere dal ventre della madre terra che, Marco letteralmente setaccia, prima di trasformarla in materia per la sua pittura che si addensa nelle forme grasse e ruvide delle sue geometrie.
Il suo è un processo di indagine antropologia, che nelle numerose sperimentazione lo ha portato a recuperare anche l’antico pane carasau, o ancora frammenti di pizzi e merletti, che lascia aﬃorare nelle opere come trame di memoria, mescolati a pigmenti di colori primari che esplodono con una veemenza che sembra quella tellurica di un terremoto.
Marco Pili è un artista puro. Non adopera intermediazioni. Le mani sono l’unico strumento di indagine. Non fa ricorso ad arnesi del mestiere che sono propri del fare di un pittore. Sono solo le mani, dopo aver raccolto a ricomporre per strati le geometrie informali delle sue opere che a fatica trattengono eruzione di colore, accidentale e incontrollato.
È un viscerale Pili. Imprime nella sua pittura la stessa forza che estrae dalla terra. Le tele nel suo studio sono sempre in posizione orizzontale. Più che un procedimento tecnico è la sua necessità di calarsi nello spazio ﬁsico dell’opera, chino, come un corpo a corpo impetuoso dal risultato quasi sempre imprevedibile.
Il suo è un sentirsi parte di una polis, l’abitare i luoghi come tratto distintivo del paesaggio, come segno identitario, altro da una mera occupazione. Non solo un avervi dimora, piuttosto un abitare il mondo, che oggi, in quello contemporaneo è immagine di un’unità perduta.
C’è inoltre, nel suo lungo cammino, tutto il senso dell’ereditare, non come mero atto del prendere, piuttosto come gesto concreto e attuale del rendere paesaggi millenari, che al suo sguardo si ricompongono, nella
relazione complicata con il futuro, sempre più stridente. Come se la trama naturale di un tempo oggi sia, irrimediabilmente diventata incerta e dubbiosa.
Un elemento, più di altri, restituisce la misura di quanto la sua opera è l’espressione compiuta del suo essere parte di quel luogo e del suo viverci.
Basta curiosare nel retro delle sue tele. Su corposi telai di legno, prima ancora di calarsi nella creazione dell’opera, Marco tende antichi tessuti usurati dal tempo.
Sono reperti raccolti nel suo lento peregrinare. Spesso sono lenzuola, che sistema come su di un letto preparato ad accogliere amanti.

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               <pubdate>Fri, 10 Jan 2020 09:17:00 +0100</pubdate>  
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             <title>Lucilla Ragni “All’anemico nemico”</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/Ragni_-_icona.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               dal 4 al 20 dicembre 2019

- Mercoledì 4 dicembre 2019, alle ore 18,00 a Roma, presso lo Studio Arte Fuori Centro, via Ercole Bombelli 22, si inaugura la mostra di Lucilla Ragni “All’anemico nemico” a cura di Bianca Pedace.
L’esposizione rimarrà aperta fino al 20 dicembre, secondo il seguente orario: dal martedì al venerdì dalle 17,00 alle 20,00, altri orari su appuntamento.
 
In questo quarto e ultimo appuntamento di Spazio Aperto 2019, Lucilla Ragni esporrà una recentissima serie di opere appositamente realizzate.
Una scritta su un muro dell&#39;ex-Mattatoio di Perugia - luogo emblematico poi divenuto sede della facoltà di Giurisprudenza - è rimasta impressa nella memoria dell&#39;artista, innescando una intensa riflessione creativa.
Allo scolorare della memoria Lucilla Ragni ha dedicato un lungo percorso, che oggi la porta a focalizzare l&#39;attenzione sulle tracce di antiche civiltà e ad eleggere a tema il luogo, fisico e metaforico, chiamato Mediterraneo.
 
Immagini connesse al Mare Nostrum, alle vicende, ai passaggi, alle tragedie che lo caratterizzano, sono state sottratte all&#39;oblio, allo scorrimento incessante, di fronte al quale siamo come anestetizzati. Isolate, profondamente guardate, sono state poi stampate su carta a getto d&#39;inchiostro e infine trattate pittoricamente con tecniche miste. Giungendo a una non riconoscibilità dell&#39;immagine iniziale se ne svela tuttavia un significato celato; giocando con la nostra percezione, tendendogli salutari trappole, rivelando le sue implicite censure, l&#39;immagine giunge a uno statuto nuovo che le consente di liberare la sua vera evidenza e di liberarsi della forzata impermanenza cui la nostra distopica contemporaneità la condannava. Il segno, insistito, grafico, talvolta cancella, talvolta obnubila la visione, portando con sé una riflessione sottile e pungente, non solo sull&#39;odierno statuto delle immagini ma anche sull&#39;odierno statuto della pittura, sentita come avventura di possibile conoscenza - un eroico e misterioso “vedere attraverso” - e, al tempo stesso, come esplorazione della condizione umana. Il colore, a volte evidente, altrove sommesso o scuro, vibra e si muove, impercettibilmente, come in un moto ondoso, reso più inafferrabile dai lievi ispessimenti e dalle opacità della tecnica antica dell&#39;encausto.
Il lavoro sul segno è affrontato anche in uno svolgimento paradossalmente scultoreo.  I confini stessi del Mediterraneo, il profilo delle sue coste sulla mappa divengono un disegno e poi un nastro, forse un groviglio, forse uno scheletro. Una scultura di carta armata e cera, appesa a un gancio (come il bue di Rembrandt), continua e chiude il cerchio: dalla scritta sul mattatoio al Mediterraneo divenuto un mattatoio, nella risonanza antica di navi, scambi, commerci, pirati, eserciti, migrazioni, non c&#39;è che un passo; l&#39;opera vive in bilico tra la dimensione della memoria, storica e umana, e del memorial.
 
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               <pubdate>Wed, 04 Dec 2019 08:21:28 +0100</pubdate>  
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             <title>Giancarlo Bertoncini  &quot;Ipotesi di assoluto&quot;</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/Foto_dipinto_1_x_artribune.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               Mercoledì 23 ottobre 2019, alle ore 18,00 a Roma, presso lo Studio Arte Fuori Centro, via Ercole Bombelli 22, si inaugura la mostra di Giancarlo Bertoncini “Ipotesi di assoluto” presentazione di Maria Francesca Pepi.
L’esposizione rimarrà aperta fino all’8 novembre, secondo il seguente orario: dal martedì al venerdì dalle 17,00 alle 20,00, altri orari su appuntamento.
 
In questa occasione vengono presentati dipinti ispirati ad un&#39;astrazione minimale, sia per quanto concerne l&#39;aspetto cromatico, sia per quanto concerne l&#39;aspetto delle forme, talora all&#39;interno dello stesso dipinto risolte solo sulla loro proporzionale replicazione. Un ruolo notevole, per non dire fondamentale, è rappresentato dal colore bianco nella sua duplice declinazione di lucido ed opaco.
…Il tracciato del colore compone l’immagine e non restituisce alcuna figurazione. Arriva a lambire in alcuni punti il perimetro della tela, secondo un andamento che corrisponde ad una logica puramente visiva. La pittura è aniconica, priva di qualsiasi rappresentazione, di qualsiasi segno o traccia che rimandi ad un significato simbolico, fosse anche quello assolutamente asettico e inespressivo della “segnaletica stradale”. Si colloca proprio su questa stessa linea di pittura analitica, inaugurata dai “Target” di Jasper Johns ma perseguita, con sentimento decisamente meno “pop” da Kenneth Noland e da Wilfred Gaul e risalente alla ricerca di inespressività complessa di Frank Stella.
La pittura di Bertoncini affonda le sue radici in questo humus pittorico e concettuale. “Per l’arte dei primi anni sessanta – come afferma Rosalind Krauss- questa idea di disancorare il disegno (o le differenziazioni interne di una superficie pittorica) dall’espressione e quindi dall’interiorità, diventò una preoccupazione di massima importanza”. ]]>
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               <pubdate>Fri, 15 Nov 2019 06:18:38 +0100</pubdate>  
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             <title>Gianfranco Duro e Michele Mautone  “Tracce&#45;Materie”</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/due_foto_in_quadrato.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>                
Mercoledì 13 novembre 2019, alle ore 18,00 a Roma, presso lo Studio Arte Fuori Centro, via Ercole Bombelli 22, si inaugura la mostra di Gianfranco Duro e Michele Mautone “Tracce-Materie” a cura di Antonella Nigro.
L’esposizione rimarrà aperta fino al 29 novembre, secondo il seguente orario: dal martedì al venerdì dalle 17,00 alle 20,00, altri orari su appuntamento.I Silenzi Ardenti
Conoscenza e oblio nell’opera di Gianfranco Duro
 
Gianfranco Duro è un artista che elabora rappresentazioni del reale in forma evocativa ed onirica. Passionale nel suo procedere, nel suo analizzare i contenuti e le tematiche, che poi veste, con la stessa ardente partecipazione, di forme, strutture e personaggi che eliminano, attraverso un’ illusoria danza, ogni riferimento spaziale e temporale.
La tela diviene il luogo privilegiato in cui i soggetti sembrano muoversi con leggerezza, con una magica inconsistenza, una fluttuante antigravità che rende ogni opera ricca di significati che vanno ricercati in diversi ambiti culturali.
L’artista pone l’accento su uno studio concettuale interamente teso alla ricerca del vero, del significato profondo di “autenticità”, consapevole che l’uomo si trova nel labirinto oscuro dell’esistenza, nel quale anela una luce che esiste, ma va ostinatamente cercata. In questo senso si pone la rappresentazione “danzante” delle sue mitiche figure: la danza oltre ad essere un’arte, sul piano simbolico svolge una funzione spirituale di scambio tra l’uomo e le forze cosmiche. Essa è un elemento chiave della ritualizzazione delle cerimonie religiose e diviene un elogio gioioso della vita, poichè riproduce i ritmi della natura, del tempo e dell’universo ed, entrando in rapporto armonioso con la musica, integra il corpo come uno strumento sacro. La contemporaneità diviene, per Gianfranco Duro, momento di amara e commossa meditazione artistica, appunto, per la ricchezza di contraddizioni che essa possiede, per la crudele ipocrisia e la dolorosa indifferenza che la caratterizza. L’uomo esiste ma non “danza”, apatico e distaccato, non entra in rapporto con la vita, non ne cerca la sua meravigliosa verità. Questa emozionata e coinvolta analisi, porta ad una teorizzazione che sposa un’ “ardente” iconografia, nella quale si stagliano alte fiamme e vigorosi incendi che avvolgono i soggetti dai contorni, a volte, perduti, come mere apparenze. I rossi intensi che dipingono tali fuochi, non sono da considerarsi tormentati inferni, ma hanno più la valenza di pulsione, desiderio, vita. E’ una chiamata continua verso la passione, ma non solo, anche all’introspezione, alle responsabilità di ognuno, alla coscienza individuale nei confronti dell’emarginazione dei più deboli, delle miserie e delle sofferenze di quelli che consideriamo ultimi.
 
 
 
L&#39;aquilone Di Pietra 

Ricerca, ideale e anelito nell&#39;opera di Michele Mautone 
 
Michele Mautone, da sempre attratto dalla sensibilità manuale dell&#39;argilla, presenta una ricerca nella quale la parola scultura va ridefinita, poiché l&#39;artista oltrepassa il concetto plastico e riconsidera quello di modellazione.  Infatti, la capacità di plasmare lo rivela artefice ed ideatore di forme attraverso l&#39;assemblage di diversi materiali a lui particolarmente congeniali: la composizione è, dunque, tridimensionale e sposa un supporto che diviene esso stesso opera d&#39;arte. L&#39;artista lavora l&#39;impasto di cemento e sabbia lasciandosi dapprima trasportare da una felice e misteriosa casualità, ma ben presto la proposta artistica diviene pensata, indagata, studiata a fondo e sulla struttura portante si ammira la genesi di forme che s&#39;ispirano alla natura. In particolare l&#39;aspetto, la consistenza, le spigolosità e le rientranze del cemento lavorato dall&#39;artista, quasi sempre per addizione, evocano la ruvida bellezza e l&#39;aspra nudità delle pietre naturali, il fascino granitico delle rocce, lo scabro incanto degli scogli. Sono le rupi scolpite dal vento e dall&#39;acqua, le meravigliose coste e i magici anfratti dei paesaggi vesuviani e dei magnifici territori campani a fornire all&#39;artista l&#39;ispirazione, l&#39;ammirazione, l&#39;amore che ridefinisce i profili, le strutture, le configurazioni della sua arte. In contrasto con una tradizione estetica concentrata sulla compattezza dei volumi, sulla densità della mole, sulla coesione della massa quali caratteristiche precipue della scultura, Michele Mautone idealizza e crea varchi, inattese brecce, imprevisti accessi, improvvisi passaggi nella materia, che cosi appare attraversata da respiri, inaspettatamente leggera e in movimento. In questa complessa ricerca appare, dunque, evidente come non solo la materia s&#39;imponga nello spazio ma lo inglobi nelle sue ferite. La materia composta dall&#39;artista si espande, si mescola e invade, simile a magma tracima e infine si rapprende solidificandosi in configurazioni stabilite e naturali al contempo. E la magia di un&#39;arte che ha come modello il tufo, il lapillo e l&#39;arenaria, che è mezzo per rappresentare l&#39;idea e che arricchisce l&#39;impasto cementizio di prolungamenti e appendici di legno e ferro. Materiali, questi, veri, poveri, nudi, autentici araldi di esperienza, di storia, di vissuto, capaci di comunicare emozioni in maniera diretta, lontano da sostanze e prodotti contemporanei tanto asettici e freddamente costruiti.
È il disegno l’origine delle opere di Michele Mautone, che procedono dalla struttura iniziale per divenire, poi, forma definita che rispecchia il desiderio e la volontà dell&#39;artista. L&#39;idea primordiale sulla carta è sì compiuta ma é oggettivamente ingabbiata dalla bidimensionalità del supporto, mentre la scultura, che ne è figlia, si arricchisce dell&#39;azione del fare, più articolata nei suoi passaggi e nell&#39;installazione che, appunto, la inserisce nello spazio fisico in un rapporto di scambio continuo con la tridimensionalità del reale.
Una scultura nuova, quella dell&#39;artista, che si pone in discussione con la monumentalità celebrativa del passato, capace di stemperarne la severità alla luce di una sottile ed intelligente ironia, che sorride della scultura stessa quando, ad esempio, la mette in cornice. Lo spazio anelato, per e nell&#39;opera d&#39;arte da Michele Mautone, soffre di vincoli e imposizioni, non vuole influenze, nè restrizioni, aborre subordinazioni e dipendenze, è conquista e occupazione delle superfici tangibili, assalto e presa delle aree concrete. Il colore concorre in maniera essenziale nell&#39;elaborazione artistica di Michele Mautone, la sua visione dell&#39;arte e dell&#39;esistenza e inevitabilmente tradotta da una ricca gamma cromatica che, di nuovo e sempre, attinge dall&#39;osservazione della natura, ma che guarda con attenzione, consenso e meraviglia alla scultura dipinta dell&#39;antichità. La conoscenza dei maestri, delle scuole e dei movimenti dell&#39;arte contemporanea, soprattutto in merito alla scultura, risulta fondamentale nella ricerca intrapresa dall&#39;artista, poiché è solo attraverso la piena comprensione delle scelte e delle tendenze artistiche che hanno caratterizzato il Novecento che egli condivide o critica le teorizzazioni in merito. Così, l’informale degli anni Cinquanta - per il suo dissenso nei confronti di un visivo che proponga perfetta geometria e rigore figurativo, per la forma esclusione di forme definite ed oggettive e per l&#39;importanza ascritta alla materia e al gesto - diviene fonte d&#39;ispirazione per l&#39;artista, ugualmente l&#39;esposizione The Art of Assemblage al Museum of Modern Art di New York del 1961 può essere considerata un momento rilevante nella sua formazione. Ma i punti di riferimento sono, per Michele Mautone, occasioni di riflessione e principi dai quali prendere le mosse per travalicarli e reinterpretarli in un&#39;operazione continua di studio, decostruzione, decodifica, esplicazione e nuova, originale realizzazione. Libera, affrancata e svincolata la concezione dell&#39;artista, spazia, assimilabile al cielo nel quale sorvola, ludico e significativo, un aquilone protagonista di alcuni emozionanti lavori: l&#39;aquilone come emblema dell&#39;opera d&#39;arte che, effimera per sua natura, immedesima e figura l&#39;ideale e l&#39;armonia del mondo con la sua incantevole caducità,  legata al reale solo da un sottile filo, trasportata dal vento della bellezza che l&#39;allontana fatalmente dall&#39;umano, trasformandola in commosso ed irraggiungibile anelito.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
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               <pubdate>Fri, 15 Nov 2019 06:05:49 +0100</pubdate>  
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             <title>Luce Delhove “Le rêve de Stephane Mallarmé”</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/Le_rève_de_Stephane_Mallarmé,2007,_acrilico_su_viseline,_legno_e_metallo,_001.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               I ventagli creati da Luce Delhove sono puramente metaforici. Ma tuttavia condensano i personaggi principali di questi accessori, che soddisfano sia gli scopi pratici che i capricci estetici.…Queste opere piegate sembrano ventagli, di natura onirica, trafitte da aghi di tutte le forme e materiali.

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L’evento è l’ultimo appuntamento di Osservazione 2019 ciclo di quattro mostre in cui gli artisti dall’Associazione culturale FUORI CENTRO, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione.
 
I ventagli creati da Luce Delhove non sono quelli tenuti con noncuranza dalle signore che appaiono nei dipinti di Edouard Manet, o quelli che sono violentemente agitati dalle donne durante la corrida … Sono puramente metaforici. Ma tuttavia condensano i personaggi principali di questi accessori, che soddisfano sia gli scopi pratici che i capricci estetici.
…Queste opere piegate sembrano ventagli, di natura onirica, trafitte da aghi di tutte le forme e materiali. Possono essere appesi al muro o posizionati su un mobile. Condensano in essi non solo l&#39;immagine trasposta del ventaglio reale, ma anche quella dei grandi pettini e delle sublime spille, che mantengono le acconciature architettoniche. Sono sapienti composizioni, ma altamente concettuali che ritraggono le donne fantasticate, senza mai rappresentare il corpo umano, descrivendole solo attraverso la finzione dei lori accessori.

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I ventagli creati da Luce Delhove non sono quelli tenuti con noncuranza dalle signore che appaiono nei dipinti di Edouard Manet, o quelli che sono violentemente agitati dalle donne durante la corrida, questa messa di sangue. Non saranno viste nelle composizioni di Goya o in quelle degli impressionisti. Sono puramente metaforiche. Ma tuttavia condensano i personaggi principali di questi accessori, che soddisfano sia gli scopi pratici che i capricci estetici. Amare se stessi è assumere un certo contegno, nascondere il proprio volto e rivelarlo in modo furtivo ed è anche immaginare una lingua codificata, come tanti segni su una mappa.
 
L&#39;idea del vento, del respiro, della seduzione, della mascherata e della teatralità nella società si allea con quella della seduzione. Come sono tradotti? In primo luogo da grandi, maestose e intriganti installazioni, quali, ad esempio, “Le rève de Stéphane Mallarmé (2008), presentato alla Villa Tamaris,alla La Seyne sur Mer, presso il Centro d&#39;Arte Contemporanea Raymond Farbos a Mont-de-Marsan nel 2009), dove l’immenso ventaglio nero (composto da una vasta gamma di neri, opachi e altri brillanti) quasi completamente spogliati, con lunghe stecche, nere anch’esse,  accompagnate da due griglie circolari azionati da motori  ad un ritmo piuttosto lento. Con un progetto elettroacustico intitolato “Cadres du vent “ della compositrice Caterina Calderoni, che evidenzia la bellezza e la stranezza di questa bellezza. Quindi, da una vasta collezione di opere policrome (sono neri, striate, rossi, blu turchese, blu e nero, arancione, viola, bianco, grigio, altri con oro o argento, ecc.) di dimensioni più piccole, con o senza piume, tarlatane nere o piume di tutte le origini. Essi combinano valore decorativo e valore critico, per "critico" si intende che ciascuno di questi ventagli si presentano come un enigma artistica e quindi come l&#39;apertura di un nuovo campo speculativo.
 

Queste opere piegate sembrano ventagli, di natura onirica, trafitte da aghi di tutte le forme e materiali. Possono essere appesi al muro o posizionati su un mobile. Condensano in essi non solo l&#39;immagine trasposta del ventaglio reale, ma anche quella dei grandi pettini e delle sublime spille, che mantengono le acconciature architettoniche. Sono sapiente composizioni, ma altamente concettuali che ritraggono le donne fantasticate, senza mai rappresentare il corpo umano, descrivendole solo attraverso la finzione dei lori accessori.
 
Gérard-Georges Lemaire
 
 
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               <pubdate>Sun, 15 Sep 2019 17:24:00 +0200</pubdate>  
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             <title>IL VUOTO</title>                
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               <![CDATA[ <img src="/img/artefuoricentro/200_200/locandina_x_36_con_tutte_le_opere.jpg" align="left" vspace=2 hspace=5/>               Le trentasei opere in mostra, declinano l’esaltazione libera e creativa di ogni artista nella personale concezione del vuoto. l’idea del vuoto concepita come fonte di infinita ricchezza di possibilità e di libertà in grado di influenzare la creatività artistica.
 

L’evento è il terzo appuntamento di Osservazione 2019 ciclo di quattro mostre in cui gli artisti dall’Associazione culturale FUORI CENTRO, tracciano i percorsi e gli obiettivi che si vanno elaborando nei multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione.

IL VUOTO

“Gli spazi vuoti, gli orizzonti vuoti, le pianure vuote, tutto quello che è spoglio mi ha sempre profondamente impressionato.” 
Joan Mirò
 
“Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra per occultare il vuoto della stanza.”
Tenzin Gyatso
 

Due differenti punti di vista, espressi da due persone con storie estremamente diverse, determinano, per molti aspetti, i confini entro i quali gli artisti di Arte Fuori Centro e gli invitati, si sono espressi, con le loro opere e loro creatività, per la mostra sul tema del VUOTO.
L’arte contemporanea si è spinta sempre più a ridefinire la sua identità in chiave filosofica ed ontologica. Sul vuoto registriamo una profonda diversità tra Occidente e Oriente: il primo, secondo una concezione aristotelica, afferma che la natura rifiuta il vuoto; mentre nelle tradizioni orientali, come il buddismo, il taoismo o la scuola Zen, l’idea del vuoto è concepita come fonte di infinita ricchezza di possibilità e di libertà in grado di influenzare la creatività artistica.
Già nel 1958, Yves Klein nel “Il Vuoto” propone un’opera con l’assenza totale di manufatti, realizzando una Galleria vuota, materializzando così la sua idea su questo concetto. Esso non è solo nulla o assenza totale, a volte, è traccia di qualcosa che non c’è più o che non è mai esistito se non come immaginazione, cioè Idea. Quell’idea che lo spettatore attribuisce a ciò che vede o non vede.
Le opere, della mostra, declinano l’esaltazione libera e creativa di ogni artista nella personale concezione del vuoto anche attraverso una denuncia culturale sociale. Il vincolo della dimensione dei lavori, stabilito in cm. 40x40, e la loro collocazione a parete, non sacrificano le singole espressività, ma consentono all’allestimento di trasformarsi in modo corale in una grande opera unica.
GLI ARTISTI: Maria Cristina Antonini, Franca Bernardi, Anna Boschi, Francesco Calia,  Antonio Carbone, Pierluigi Cattaneo, Elettra Cipriani, Lucia Di Miceli, Gabriella Di Trani, Mavi Ferrando, Gianni Fontana, Delio Gennai, Salvatore Giunta, Paolo Gobbi, Raffaele Iannone, Gianfranco Mascelli, Cosetta Mastragostino, Rita Mele, Patrizia Molinari, Alessandro Monti, Isabella Nurigiani,  Antonio Picardi, Teresa Pollidori,  Giuseppe Ponzio, Gianfranco Racioppoli, Rosella Restante, Elio Rizzo, Marcello Rossetti, Alba Savoi,  Grazia Sernia,  Ilia Tufano, Vittorio Vanacore, Piero Varroni, Francesco Zaccaria, Oriano Zampieri, Gaetano Zampogna 
 

 
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               <pubdate>Wed, 12 Jun 2019 05:40:00 +0200</pubdate>  
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